Tre giorni in tenda sulle Alpi Apuane

Per chi vive o soggiorna in Toscana le Alpi Apuane sono davvero delle montagne a portata di mano. Sono montagne vere (alcune vette attorno ai 2000 metri) e sono velocemente raggiungibili dalla Versilia; basta meno di mezz’ora in auto da Viareggio o Forte dei Marmi, per dire. Una destinazione facile per tutti quelli che d’estate hanno voglia di fuggire dal caldo torrido della costa e delle città d’arte.
Sono luoghi un tempo molto popolati e vissuti da persone che sopportavano condizioni durissime per viverci. Moltissime sono le tracce del loro passaggio, anzi, per meglio dire, gli escursionisti di oggi, come siamo stati noi in questi tre giorni, se possono godersi le Apuane lo devono solo a loro, gli abitanti di ieri che oggi non ci sono più.

Oggi sentieri ben tracciati e rifugi con ristoro disseminati un po’ ovunque fanno vivere la montagna con gusto e così, dopo anni di escursioni di un solo giorno, nell’agosto 2020 mi sono finalmente deciso a ‘dormire in quota’, in tenda per di più. Nel 2021 ho fatto il bis, restandoci ben due notti. Questo è il racconto.

Attrezzatura low cost

Premetto che la mia attrezzatura è veramente infima: sacchi a pelo, materassino e tenda low cost Decathlon (insieme fanno oltre sette kg per meno di 70€), scarpe basse da trekking cittadino, zaino da 15€ comprato da Tiger, fornelletto da campeggio standard. Ciò nonostante mi son trovato bene, ma non imitarmi, meglio avere attrezzatura più leggera e performante!

La vista della Pania dal rifugio Del Freo, a destra il nostro ‘campo base’

Dicevo che ho fatto per tanti anni gite di un solo giorno sulle Apuane ma, va detto, per arrivare su una vetta in un solo giorno la strada può essere lunga e faticosa.
Con l’auto si arriva abbastanza in alto ma per una vetta come la Pania della Croce (1858 metri) restano poi sempre almeno un 800-1000 metri da salire a piedi (e da scendere). E andando avanti con gli anni la resistenza alla fatica diminuisce.

Dalla Pania della Croce si vede lontanissimo

La Pania della Croce è un monte veramente imponente, boscato fino ai 1200-1300 metri, salendo si cammina solo in mezzo ad erba e rocce, ed essendo vicinissimo alla costa e molto più alto di tutte le montagne vicine, nelle giornate più terse consente una vista pazzesca a 360° sugli Appennini e sulla valle della Garfagnana ma soprattutto sul mar Tirreno con le sue isole più vicine (Gorgona, Capraia, Elba, Corsica, Sardegna). Per avere un’idea della vista che si gode dalla sua cima immagina di essere in spiaggia a Forte dei Marmi e di prendere un ascensore che ti porti a 2000 metri. Per questo è una vetta molto amata e frequentata!

Il ‘campo base’ al Rifugio Del Freo

Per salire con minor fatica sulla Pania della Croce, sia quest’anno che l’anno scorso, io ed Eniko abbiamo così stabilito il nostro ‘campo base’ alla foce di Mosceta a 1180 metri s.l.m., vicino al rifugio Del Freo, che in estate è sempre aperto, dove si può mangiare sia a pranzo che a cena (obbligatoria la prenotazione, tel. 0584778007) e pernottare nei dormitori al piano di sopra (idem, serve prenotazione).

Abbiamo piantato la tenda proprio di fronte alla Pania della Croce


Nei dintorni del rifugio c’è molto spazio a prato, anche pianeggiante e soprattutto c’è una sorgente d’acqua, che ne fa un luogo perfetto per campeggiare tanto che in estate può capitare di vedere anche una decina di tende piantate qua e là.

Come raggiungere il Rifugio Del Freo a foce di Mosceta

Per salire al ‘campo base’ vicino al rifugio abbiamo scelto il sentiero numero 9 da Levigliani (582 metri s.l.m.). A Levigliani c’è anche l’ingresso dell’Antro del Corchia, una rete di 70 km di caverne alcune delle quali facilmente percorribili con visite guidate.
Il sentiero dal paese verso il rifugio percorre inizialmente la strada asfaltata che porta all’ingresso delle grotte, inaccessibile in auto senza autorizzazione, quindi tocca camminare per la strada. Arrivati al piazzale di ingresso delle grotte il sentiero si inerpica con una serpentina piuttosto ripida che porta al Passo dell’Alpino a quota 1170 metri s.l.m..

La salita a serpentina verso il passo dell’Alpino

Qui sono stati recentemente recuperati e valorizzati con cartelli didascalici alcuni impressionanti posti di combattimento tedeschi lungo la Linea Gotica che passava proprio di qui. Si prosegue poi abbastanza in piano verso la foce di Mosceta attraversando un bosco magnifico prima di arrivare. In totale da Levigliani al rifugio del Freo si impiegano circa 2 ore/2 ore e mezza, a seconda del passo.

Al Passo dell’Alpino si sale anche col sentiero numero 122 da Pruno, un paese arroccato in una valle parallela a quella di Levigliani, ma il percorso è un po’ più lungo anche se in gran parte dentro il bosco mentre da Levigliani si cammina sotto il sole. E al rifugio, volendo, si arriva anche partendo dal lato opposto, quello garfagnino, ovvero da Isola Santa camminando sempre sul sentiero numero 9 ma in senso inverso.

La ‘vita’ a 1200 metri alla foce di Mosceta

Quest anno abbiamo piantato la tenda in uno dei prati più lontani dal rifugio, proprio sul piccolo spiazzo erboso simile ad una terrazza che si affaccia sul fianco immenso della Pania e che si incontra subito sulla destra appena usciti dal bosco venendo dal passo dell’Alpino. Abbiamo scoperto che di notte questa posizione è più calda rispetto ai prati vicini al rifugio e considerando che anche in agosto di notte non è difficile scendere sotto i 10 gradi la notizia è da tenere in considerazione per dormire e soprattutto risvegliarsi con una temperatura più piacevole.

Quest’anno c’era la luna piena che illuminava la nostra tenda

Dormendo qui abbiamo anche scoperto che in estate alcuni preferiscono camminare col buio per sfuggire al caldo e per essere in cima alla Pania a vedere l’alba. L’abbiamo scoperto perchè siamo stati svegliati alle 4,30 da un gruppo di ragazzi che tranquillamente confabulavano in piena notte per mettersi d’accordo prima di incamminarsi sul sentiero 126 che porta alla vetta.

Al rifugio fanno piatti semplici ma gustosi sia a pranzo che a cena, cose tipo rostinciana con la polenta, minestra di verdure e farro con pane tostato, pasta con sugo di funghi, bistecca alla brace con pomodori, crostata con marmellata di frutti di bosco. Ci sono i servizi igenici, un pianoforte e l’energia elettrica per caricare i telefoni solo quando accendono il gruppo elettrogeno intorno all’ora di cena (che è tassativamente alle 19), nel resto della giornata all’interno si usa la luce solare o la poca luce led alimentata con gli accumulatori.

L’area dove sorge il rifugio è quella delle Comunioni di Beni Comuni, terreni gestiti collettivamente da secoli. Per una curiosa coincidenza è solo vicino a questo cartello che c’è campo per gli smartphone.

Una curiosità: i telefoni non prendono tranne che nei 10 metri di sentiero che costeggiano il bosco verso il rifugio nel punto dove si fa un piccolissimo guado (in terra c’è fango), subito dopo il cartello dei Beni Comuni tenuto sulla sinistra.

La salita alla croce (della Pania della Croce), la discesa verso il rifugio Rossi e il ritorno al campo base via Borra Canala

Un’altra particolarità di questa montagna è che da settecento metri più in basso si vede la cima, dove appunto c’è una grande croce. Ovviamente solo quando c’è bel tempo, cosa non scontata in estate perchè c’è sempre un discreto via vai di correnti, nubi e nebbie.
Partendo dal campo base si vede perciò a colpo d’occhio anche tutto il percorso che ci aspetta. Se si ha una buona vista si vedono le persone camminare davanti e sopra di noi anche a distanza notevole, non ci sono alberi, non ci sono valli, è tutto bello in vista davanti.

La salita iniziale sulla Pania della Croce procede in mezzo a prati

Noi siamo saliti per almeno un paio d’ore, in alcuni punti è veramente ripido, ma sempre sicuro quando non c’è cattivo tempo in quota. L’anno scorso purtroppo ci siamo fatti tutta la salita dentro una nuvola e arrivati in cima non abbiamo potuto vedere nulla del panorama se non qualche scorcio tra una nuvola di passaggio e l’altra spinte da venti potentissimi. Quest’anno invece 0 nuvole e anche poco vento, abbiamo visto tutto.
Quest’anno però avendo anche più tempo (tre giorni invece di due) nel nostro secondo giorno abbiamo deciso di allungare e scendere dalla parte opposta, sempre seguendo il sentiero 126 verso un altro rifugio che sta a 1608 metri s.l.m.. I 250 metri in discesa dalla Pania si fanno scendendo molto rapidamente per circa un’ora passando anche vicino ad una buca piena di neve pure in agosto. Rapidamente nel senso che la discesa è molto ripida e dura (si chiama valle dell’Inferno), tanto che non ce la siamo sentita di rifarla in senso inverso per tornare al nostro campo base.

I prati intorno al rifugio Rossi, quota 1608 metri Sul Livello del Mare

Il Rifugio Rossi è molto più piccolo rispetto al Del Freo, è molto più in alto e non c’è la sorgente d’acqua. Ci sono 18 posti letto in branda e un piccolo ristorante con spazio all’esterno. Anche qui per pranzare è necessaria la prenotazione.
Dopo una sosta post pranzo al sole nei prati di fronte al rifugio ci siamo incamminati in discesa per la Borra Canala, sentiero numero 139, un enorme canalone scenografico ripido e pieno di pietre, quasi privo di vegetazione.

La discesa nella Borra Canala

La discesa è lunga ma non difficile e il panorama è mozzafiato. In fondo al canale il sentiero 139 si immette sul numero 127 che a mezza costa, quindi abbastanza in piano, ci consente in un’ora circa di tornare al campo base passando in mezzo ai boschi. In pratica abbiamo fatto un anello.

Terzo giorno sulle Apuane: un anello defatigante passando per villaggi abbandonati

Dopo le maxi salite e discese in poche ore del secondo giorno (700 metri in salita e altrettanti in discesa per noi sono tantini) il terzo giorno, anche in prospettiva di dover scendere in serata alla macchina parcheggiata a Levigliani cioè a settecento metri più in basso, abbiamo scelto un percorso con poco dislivello e tutto dentro il bosco per sopportare meglio il caldo di agosto.

Il percorso verso Puntato è tutto in bellissimi boschi come questo

Così dal nostro campo base con il sentiero numero 128 abbiamo raggiunto in poco più di un’ora Puntato, un alpeggio molto particolare con segni di terrazzamenti e tanti edifici abbandonati di cui qualcuno ancora agibile. Tra i maggiori segni di presenza umana c’è la bella chiesetta ristrutturata e in perfetto ordine anche all’esterno. Non lontano dal villaggio ci siamo imbattuti in un piccolo rifugio in mezzo al bosco, una specie di casa delle fiabe con due grandi tavoloni perfettamente apparecchiati, evidentemente in attesa di commensali piuttosto affamati dato il lungo percorso da fare per raggiungerlo.
A Puntato abbiamo consumato un pranzo al sacco su dei tavoli che abbiamo trovato.
Fa una strana sensazione muoversi in mezzo a tante case dove da decenni non vive più nessuno ma che un tempo dovevano essere invece piene di vita.
Stesse sensazioni le ho provate dall’altra parte della valle, quando lungo il nostro percorso di rientro verso il campo base (sentiero numero 11) ci siamo imbattuti in un altro villaggio fantasma, ancora più grande di Puntato, Col di Favilla. Qui abbiamo trovato anche un piccolo cimitero posto, come da tradizione, nella parte più alta del borgo, non lontano dalla chiesa con campanile a cui è collegato da uno stretto viale alberato. Dal cancello chiuso del cimitero son riuscito a scorgere all’interno una lapide recente, posta sicuramente nei primi anni 2000, segno dell’attaccamento a questo villaggio fantasma di chi, emigrato in città, non ha mai dimenticato le proprie origini.

La gente ha abbandonato le montagne perchè la vita sulle Apuane era durissima: isolamento, niente energia elettrica e cattiva alimentazione. Un segno di questa durezza l’abbiamo trovato proprio percorrendo il sentiero numero 9 che ci ha riportato al rifugio del Freo. Per un lungo tratto il sentiero riprende una mulattiera lastricata in pietra che dal guado di un ruscello, dove forse un tempo si trovava un mulino, risale con pendenze che tolgono il fiato per molte centinaia di metri. Chi viveva qui affrontava quotidianamente queste pendenze trasportando con sé carichi pesanti, anche col freddo e la neve. Cavatori di marmo, taglialegna, contadini di montagna, pastori, raccoglitori e venditori di ghiaccio questi erano gli abitanti delle Apuane di una volta, quelli che hanno tracciato e costruito i sentieri e le vie che percorriamo oggi. Non dobbiamo dimenticarlo.



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